Oggi come oggi, nessuno di noi vorrebbe essere un randagio in Bosnia alle prese con l’estenuante ricerca di cibo, l’angoscia di trovare un riparo sicuro, la paura di non riuscire a far sopravvivere i cuccioli messi al mondo, la tristezza di una vita in solitudine, e soprattutto con una condanna a morte preventiva che pende sulla propria testa.
La condizione degli animali domestici nei territori dell’ex Jugoslavia è davvero drammatica ed è impensabile che a un passo dall’Italia ci siano ancora municipalità che credono di risolvere il randagismo con il sistematico avvelenamento e la soppressione degli animali causato da metodi barbari ed incivili.
Nell’Ottobre 2013 il Parlamento bosniaco in votazione a Sarajevo reintroduce la pena di morte per i cani randagi, cancellando una delle normative più avanzate dell’Est europeo.
La proposta di legge, dopo aver visto emanare nel 2009 un decreto in cui si vietava l’eutanasia, torna a reinserirsi e consente l’uccisione dei cani detenuti nei rifugi per più di 14 giorni, rappresentando un grave passo indietro in termini di tutela degli animali e prevenzione del randagismo, perché porta a reintrodurre un metodo inaccettabile e cruento, che oltretutto non risolverebbe il problema della presenza di cani vaganti sul territorio.
La legge sulla protezione e il benessere degli animali stabilisce misure per controllare la popolazione canina e felina abbandonata e sanzionare proprietà irresponsabili nella regione di Prijedor… Ma mai nulla è stato fatto.
Il programma di sterilizzazione e castrazione a Prijedor non è MAI stato implementato.
Non esiste alcun registro di cani e gatti di proprietà.
I proprietari irresponsabili non vengono sanzionati.
Non esistono programmi educativi sulla necessità di un rapporto umano con gli animali.